Consumismo e Consumerismo

Consumismo e Consumerismo anche se sembrano sinonimi, in realtà, rappresentano due situazioni ben diverse che si sviluppano all’interno di uno stesso contesto, il mercato della domanda e dell’offerta.

Se tutti conosciamo cos’è il consumismo, ovvero quell’atteggiamento volto al soddisfacimento di bisogni non essenziali, alieno da ideali, programmi, propositi, tipico della civiltà dei consumi solo pochi conoscono il significato del termine Consumerismo:

CONSUMERISMO: Tendenza dei consumatori a organizzarsi in associazioni, allo scopo di controllare la qualità dei prodotti e il livello dei prezzi.fonte Wikipedia

Fino a quando, per gran parte della popolazione, i consumi erano ancorati alla pura sopravvivenza, vista la scarsità di reddito a disposizione, l’analisi delle attività legate al consumo ha avuto una priorità molto bassa. Molto bassa era pure l’attenzione alla qualità dei beni e dei servizi. Chi aveva fame cercava il pane, il problema della sua qualità veniva dopo. Il consumerismo ha più facce e interpretazioni, una di queste riguarda l’affermarsi di nuovi “status” portatori di bisogni, diritti e interessi diffusi.

Il ruolo consapevole e attivo può essere molto importante sopra tutto in un’ottica di sviluppo sostenibile e solidale. Si tratta di un fenomeno, fino a pochi anni fa, ancora non molto conosciuto, ma che ora coinvolge anche le aziende che aspirano a presentarsi come moderne, che considerano il cliente come risorsa primaria e che accettano, anzi cercano, il confronto con il cliente esigente. 

Solo di ieri la notizia dell’avvelenamento di una famiglia che ha ingerito sostanze tossiche presenti all’interno di un prodotto in commercio, ed è qui che sorge il mio dubbio:

E’ giusto vivere in un contesto dove il consumatore oltre ad essere utente, e quindi pagare, deve anche verificare la qualità/tracciabilità di un prodotto? Io credo di no!

Purtroppo, oggigiorno, per una mera questione di sopravvivenza siamo costretti all’autotutela questo perchè, nonostante le associazioni e/o le istituzioni si impegnino nella salvaguardia dei diritti dei consumatori, non sono in grado di controllare e/o regolamentare i mercati che, forse, a causa anche di una scarsa eticità dei produttori cerca solo di massimizzare i ricavi speculando sulla qualità di beni e/o servizi. 

Ciò, a mio avviso, accade essenzialmente per l’eccessivo divario che esiste tra la propensione al consumo ed i costi di produzione di un prodotto “etico”.

Sono davvero poche quelle aziende che riescono a sopravvivere sul mercato cercando di mantenere alta la qualità dei propri prodotti, la concorrenza è spietata e solo coloro che posseggono un’ampia fetta di mercato possono permettersi di mantenere operativo una ramo di azienda che si occupi della filiera etica, ciò solo a danno del consumatore finale. 

In un mercato dove i prezzi non sono più creati dall’incontro della domanda e dell’offerta si è creato un “monopolio invisibile” reso possibile anche dall’uso di contratti atipici di natura “unilaterale” nel quale a dettare le regole sono i produttori mentre ai consumatori rimangono due azioni:

  • la presa visione e quindi l’accettazione;
  • la rescissione;

E’ in questo contesto che le associazioni di consumatori dovrebbero trovare la forza per contrastare questo fenomeno, ma sarà difficile riuscirci almeno fin quando i soggetti interessati saranno solo l’espressione di interessi particolari (politici, economici, sindacali etc…).

Sono cosciente che queste mie considerazioni siano superficiali, perchè se volessimo sviscerare il tema sarebbe possibile scrivere una quantità infinita di articoli, inutili ribadire che lo scopo di molti miei articoli è solo quello di far riflettere le persone, poi ognuno deciderà se approfondire o meno la questione.

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